Invisible Cities – Dedicated to Hector Zazou – Even Eights Records 2010

In questi giorni sta uscendo sui principali portali il mio disco “Invisible Cities” in formato digitale, e per la fine di settembre inizi di ottobre sarà in distribuzione fisica anche nei negozi di dischi. Il disco Invisible Cities nasce come lavoro legato alla lettura del libro “Le Città Invisibili” di Italo Calvino, come nel libro si tratta di un viaggio spesso mentale attraverso città che non hanno riscontro nella realtà.

Il Libro:
Protagonista è Marco Polo che, alla corte di Kublai Khan, fornisce attraverso i suoi dispacci al Sovrano, le descrizioni delle città che vengono toccate dai suoi viaggi all’interno dello sterminato Impero: in queste narrazioni parla degli uomini che le hanno costruite, della forma della città, delle relazioni tra la gente che le popola e la forma architettonica delle città stesse. Queste città però esistono solo nella mente del viaggiatore veneziano: Marco Polo infatti le descrive ora nei più minuziosi dettagli, ora valutando l’insieme, ma sempre guardando dove tutti gli altri non guardano, verso dettagli che ad altri paiono invisibili. Le città di cui Marco Polo racconta sono intese come mondi conchiusi: le città invisibili infatti non entrano in relazione tra loro. Grazie al racconto è Marco Polo stesso che le “crea” mentre le racconta, così come per Calvino lo scrittore “crea” i mondi di cui tratta.

Numerosissimi gli spunti che il romanzo offre; anzitutto il rapporto che corre tra lo Straniero e la terra straniera in cui si trova. Altro tema interessante è quello, doppio, della comunicazione e del linguaggio: Marco Polo ha infatti difficoltà, inizialmente, a parlare la lingua del Monarca e così si esprime a gesti e versi per descrivere le città visitate. Successivamente Marco Polo, imparata la lingua, si esprime in maniera più fluida, eppure sentirà la maggior difficoltà di esprimersi in un modo in qualche modo mediato e non più diretto. Altro punto di riflessione è il rapporto tra il Sovrano e l’idea di ordine che egli stesso cerca di realizzare sulle terre dei suoi domini: il Khan ora è terrorizzato dalla vastità del suo impero e dalla impossibilità di poter dettare un ordine, ora è rassicurato dall’equilibrio degli opposti che in esso si muovono.

Il disco:
Allo stesso modo del libro si tratta di un viaggio metafisico, dove il tema predominante è la dualità fra comunicazione e linguaggio, fra ambienti chiusi e aperti, fra movimento e staticità intesi come viaggio vero e proprio e viaggio solo mentale, dove la tromba è sia il viaggiatore che colui che ascolta, ma dove questo ruolo è spesso dato ad altri strumenti al Pianoforte piuttosto che alla Chitarra.
Il tentativo come nel romanzo è sempre quello di creare un ordine in una moltitudine di suoni e colori spesso in contrasto tra di loro, infatti si tratta di un lavoro dove non appaiono strutture ben precise o almeno non in apparenza ma un’attenzione particolare nei più minuziosi dettagli, ora valutando l’insieme, ma sempre guardando dove tutti gli altri non guardano, verso dettagli che ad altri paiono invisibili. Il modo di esprimersi è sempre diretto non mediato da un linguaggio o uno stile, con l’intenzione di descrivere il viaggio e gli ambienti in maniera estemporanea e autentica. Il disco sarà dedicato alla memoria del grande musicista Hector Zazou scomparso tragicamente a Settembre 2008, e conterrà un brano inedito live che vede come protagonista Andrea Guzzoletti insieme ad Hector Zazou. Il lavoro è composto da 9 brani in totale composti e arrangiati da Andrea Guzzoletti (fatta esclusione del brano live fatto in collaborazione con Zazou) con l’importante contributo di tre stupendi musicisti oltre che amici come Antonio Inserillo, Roberto Cecchetto e Stefano Onorati.

One Comment

  1. Frank Viviano
    Posted at 6:18 am | Permalink

    SOME REFLECTIONS ON INVISIBLE CITIES

    Andrea Guzzoletti’s tour of “Invisible Cities” borrows its title and its thematic structure from the brilliant prose-poem of the late Italo Calvino, Italy’s most imaginative 20th century writer. Le Citta Invisibili, published in 1972, was ostensibly an account of Marco Polo’s “conversations” with Kublai Khan – descriptions of the Mongol Empire’s far-flung capitals by a wandering merchant who knew the Great Khan’s immense realm better than the emperor himself. The two men shared no common language, and in Calvino’s rendition their exchanges revolve around largely non-verbal reactions to emblematic objects that Polo has acquired on the long road from Venice to China. It is left to the reader to interpret the responses that each object invokes in the emperor and his Venetian guide.

    Beyond the acknowledged debt to Calvino stretch a long line of more purely musical resonances, dating back most notably to another celebrated Venetian, the Baroque composer Antonio Vivaldi. Like Vivaldi in his lyrical portrait of the “Four Seasons,” the nine tracks of Guzzoletti’s “Invisible Cities” employ instruments and musical phrases to capture the soundscapes that define our experience of the physical world, often more distinctly and powerfully than the landmarks that serve as their backdrop.

    Early in the genesis of this work, I spent a memorable day listening to parts of half a dozen tracks with Keane – an American writer and an Irish painter, both of us held in thrall by a musical composition that took its inspiration from literature and wielded its notes as though they were subtle brush strokes. We played a little game as we listened, speculating on real cities that seemed to emerge from Guzzoletti’s passages. Hong Kong and Tokyo came up, as I recall, along with New York and Paris. We thought we heard Sao Paolo and Bahia, and the vast megalopolises of Africa: Nairobi, Cairo and Lagos.

    I can’t say why, exactly. There weren’t specific tonal references – none of the precise allusions to Broadway taxis or smoky Montparnasse bistros that act as signposts in George Gershwin’s “Rhapsody in Blue” and “American in Paris,” two other grand monuments in the line that leads to Andrea Guzzoletti. It was, rather, an inexplicable sensation of those places that his composition (and he and his extraordinary fellow musicians) provoked. A plunge into the very meaning of “city,” its mythic force and creative vitality, whether invisible and nameless or visible and named.

    You can’t ask for more from an act of the imagination, whether its medium is music, words or paint.

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